
Ricetta vin brulé | Approfondimento
Nella fredda stagione invernale ci sono poche cose più corroboranti di una tazza di vin brulé. Caldo, speziato, dolce senza essere stucchevole, è un ottimo tonico per lo spirito e per il corpo. Non è un caso che non sia più necessario concedersi una gita fuori porta, magari per visitare i mercatini nel Nord Italia, per gustare questa saporita bevanda. Sono ormai numerosi i bar e i servizi di ristorazione ad averlo inserito nel menù, da sorseggiare magari mentre si è seduti a un tavolino o da portare con sé, in versione da passeggio, per concedersi una pausa durante lo shopping.
Le origini del vin brulé
A dispetto del nome, vin brûlé nella versione francofona, il vino caldo ha origini antichissime. Era diffuso già ai tempi dei Romani, come conditum paradoxum, e la sua ricetta, così come il suo utilizzo non sono cambiati granché nell’arco dei millenni. Si tratta sempre di un vino riscaldato, addolcito con miele e aromatizzato con spezie e frutta dell’epoca, come zafferano e datteri. La ricetta della sua preparazione si trova addirittura negli scritti di Gavio Marco Apicio, scrittore e gastronomo che ci ha tramandato molte tradizioni culinarie dell’antica Roma. Il conditum paradoxum all’epoca veniva servito principalmente alla fine dei pasti, mentre in epoca medievale il vino caldo, arricchito con erbe o altre spezie, poteva essere utilizzato come vero e proprio medicinale. Si spiega così la sua larga diffusione, in diversi paesi soprattutto del nord Europa. Ciascuno lo chiama in maniera diversa: vin chaud in Francia (vin brûlé nella versione francese valdostano), Glühwein in Germania e Austria, nei paesi anglofoni mulled wine, glögg in quelli scandinavi. Tanti nomi e poche differenze di preparazione per questa bevanda che, con molta facilità, può essere preparata anche a casa.
La ricetta
La base è sempre un vino rosso, di buona qualità e struttura. Un Pinot Nero, già molto ricco e profumato, può essere un ottimo punto di partenza, così come una Bonarda o un vino Barbera dai tannini pronunciati. Una bottiglia è la dose giusta per circa sei tazze. Serviranno poi 150 grammi di zucchero (alcuni ricettari indicano anche 200 grammi, la quantità può variare dalla dolcezza del vino scelto), un limone e una arancia rigorosamente non trattati, due stecche di cannella, una decina di chiodi di garofano, noce moscata da grattugiare e, se piace, anche anice stellato e una mela. Se si vuole accentuare il tocco agrumato della bevanda, è possibile aggiungere degli spicchi di mandarino.
Il procedimento
Lavare e pelare accuratamente limone e arancia, avendo cura di non asportare anche la parte bianca – molto amara – dei frutti. Lavare e tagliare a pezzetti anche la mela, lasciando la buccia. Mettere la frutta in una pentola alta, preferibilmente in acciaio, insieme allo zucchero e alle spezie. Versare il vino e portare a ebollizione a fuoco vivo, avendo cura di mescolare di tanto in tanto per far sciogliere bene lo zucchero. Abbassare la fiamma e continuare a far cuocere per una trentina di minuti. Lasciare raffreddare per 5 minuti e poi con un colino togliere le spezie e la frutta – lasciando magari i pezzetti di mela da mangiare, se piace – e servire nelle tazze ben caldo. Durante la cottura l’alcol presente nel vino evaporerà ma non del tutto: il vin brulé ha una gradazione alcolica più bassa, ma non è una bevanda analcolica.
La variante
Chi apprezza invece una nota alcolica leggermente più spinta apprezzerà la variante ‘bianca’ del vin brulé, chiamata Mochen Brulé, tipica del Trentino. In questo caso al posto del rosso viene utilizzato un vino bianco, come ad esempio il Nosiola, con l’aggiunta di rum e di frutti rossi, insieme alle spezie e alle bucce di agrumi. Un Malvasia, molto carico di profumi, può essere una valida alternativa, magari riducendo la quantità di zucchero, vista la naturale dolcezza di questo vino. Potrebbe essere un’inedita versione di vin brulé da servire insieme a una fetta di tradizionale ciambellone.
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